RAGGIUNGIBILI A PIEDI

Piazza del Plebiscito con il Palazzo Reale, distante 60 m con una percorrenza in 2 minuti.

Piazza del Plebiscito può essere suddivisa in due parti distinte: la prima è ai piedi della Basilica e segue una conformazione semicircolare, mentre l’altra – al di sotto dell’asse di chiusura dell’emiciclo – ha una forma rettangolare, determinata nei lati brevi dalle cortine dei palazzi gemelli e nel lato lungo dal profilo del palazzo Reale.

Nei centri dei due quarti di cerchio in cui è frammentato l’emiciclo, lungo l’asse di chiusura del colonnato, si ergono isolate nella piazza le due statue equestri di Carlo III di Borbone (iniziatore della dinastia borbonica) e di suo figlio Ferdinando I; la prima realizzata da Antonio Canova, mentre la seconda, iniziata dallo stesso Canova e completata con l’inserimento del cavaliere dallo scultore napoletano Antonio Calì.

Come già accennato, la piazza lateralmente è chiusa da due edifici simmetrici ed identici, gli odierni palazzo della Prefettura (verso l’entroterra) e palazzo Salerno (verso il mare). Questi due, fronteggiandosi, formano un ampio spazio di passeggio finalmente delimitato dal palazzo Reale di Napoli; in questo modo, si viene a creare una scenografica piazza rettangolare con esedra porticata a semicerchio, come nelle intenzioni del Bianchi.

Teatro San Carlo, distante 120 m con una percorrenza in 4 minuti.

Il Teatro di San Carlo, noto semplicemente come Teatro San Carlo, è un teatro lirico di Napoli, nonché uno dei più famosi e prestigiosi al mondo.

È tra i più antichi teatri d’opera chiusi in Europa e del mondo ancora attivi, essendo stato fondato nel 1737. Può ospitare 1386 spettatori e conta un’ampia platea (22×28×23 m), cinque ordini di palchi disposti a ferro di cavallo più un ampio palco reale, un loggione ed un palcoscenico (34×33 m). Date le sue dimensioni, struttura e antichità è stato modello per i successivi teatri d’Europa.

Affacciato sull’omonima via e, lateralmente, su piazza Trieste e Trento, il teatro, in linea con le altre grandi opere architettoniche del periodo, quali le grandi regge borboniche, fu il simbolo di una Napoli che rimarcava il suo status di grande capitale europea.

Galleria Umberto I, distante 190 m con una percorrenza in 5 minuti.

La zona su cui sorge la galleria era già intensamente urbanizzata nel XVI secolo ed era caratterizzata da un groviglio di strade parallele raccordate da brevi vicoli, che da via Toledo sboccavano di fronte a Castel Nuovo. Questi vicoli godevano di cattiva fama in quanto vi si trovavano taverne (famigerata era la taverna della Cagliantese o Cagliantesa) case di malaffare e vi si consumavano delitti di ogni genere. La fama conquistata dalla zona nei secoli, già nota a Giambattista Basile che immortalò le donne di malaffare del luogo nella sua opera Le muse napolitane, si mantenne per quasi tutto l’Ottocento.

Negli anni ottanta del XIX secolo il degrado del luogo toccò punte estreme: nei vicoli si ergevano edifici a sei piani, la situazione igienica era pessima e non fa meraviglia che tra il 1835 ed il 1884 in questa area si fossero verificate ben nove epidemie di colera. Sotto la spinta dell’opinione pubblica, dopo l’epidemia del 1884 si cominciò a considerare un intervento governativo.

Nel 1885 fu approvata la legge per il risanamento della città di Napoli (quel periodo fu appunto detto “del risanamento“), grazie alla quale la zona di Santa Brigida ricevette una nuova definizione territoriale. Furono presentate varie proposte, il progetto che risultò vincente fu quello dell’ingegner Emmanuele Rocco, poi ripreso da Antonio Curri ed ampliato da Ernesto di Mauro successivamente. Tale progetto prevedeva una galleria a quattro braccia che si intersecavano in una crociera ottagonale coperta da una cupola. Le demolizioni degli edifici preesistenti (ad esclusione del palazzo Capone)[1] iniziarono il 1º maggio 1887 ed il 5 novembre dello stesso anno fu posta la prima pietra dell’edificio. Nel giro di tre anni, precisamente il 19 novembre 1890, la nuova galleria veniva inaugurata.

via Chiaia e via Toledo, distanti 100 m con una percorrenza in 4 minuti.

via Chiaia

Via Chiaia è assieme a via dei Mille una delle più eleganti e conosciute strade di Napoli per lo shopping d’élite. La strada è comunque costituita da numerosi importanti edifici e chiese monumentali. Lungo la strada sono diversi anche i negozi storici della città, come il Gran Caffè Gambrinus, il quale costituisce l’inizio proprio di via Chiaia, avendo come indirizzo via Chiaia n. 1. Altro luogo storico presente lungo il tracciato è la pizzeria Brandi, dove nel giugno 1889 fu inventata la pizza Margherita. La via termina poi a piazza dei Martiri, dalla quale si può accedere alla Riviera di Chiaia scendendo per via Calabritto, o al Chiatamone, scendendo per via Domenico Morelli. Poco prima della piazza invece, dopo il palazzo Cellammare, svoltando a destra, è possibile giungere a via dei Mille. Via Chiaia, infine, affianca sul lato destro (rispetto a chi sale) i quartieri Spagnoli offrendo interessanti scorci degli stessi spesso fotografati dai turisti. La via è esclusivamente destinata al transito pedonale.

via Toledo

La strada inizia da Piazza Dante e termina in Piazza Trieste e Trento, nella sequenza della strada si diramano altre arterie di notevole importanza, piazze, chiese e palazzi nobiliari. La via è una delle tappe dello shopping napoletano e della vita culturale fin dal XVI secolo. Fu voluta dal viceré Pedro Álvarez de Toledo nel 1536 su progetto degli architetti regi Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa. La strada correva lungo la vecchia cinta muraria occidentale di epoca aragonese che per gli ampliamenti difensivi proprio di don Pedro fu resa obsoleta e quindi eliminata. Nel corso dei secoli la sua fama è stata accresciuta tramite i viaggi del Grand Tour e di alcune citazioni nelle canzoni napoletane. Il 15 maggio 1848 la via fu teatro della repressione messa in atto da Ferdinando II contro i liberali napoletani che difendevano la costituzione da poco ottenuta, vi furono innalzate barricate espugnate dai reparti di mercenari svizzeri dell’esercito con numerosi morti e il successivo saccheggio di Palazzo Cirella. Tra gli anni trenta e la metà del XX secolo, una zona a oriente della via è stata modificata dagli sventramenti per il “risanamento” del Rione Carità (l’attuale zona dei Guantai Nuovi-via Cervantes) e la successiva costruzione (al posto degli antichi palazzi) di edifici di volumetria eccezionale rispetto alla struttura viaria, ben rappresentativi della speculazione edilizia avvenuta nel periodo dell’amministrazione laurinaVia Toledo (all’altezza di Piazza Carità) nel 1870, con ancora il monumento a Carlo Poerio. Dal 18 ottobre del 1870 al 1980 la strada si è chiamata Via Roma in onore della neocapitale del Regno d’Italia (oggi via Roma a Napoli è una strada del quartiere Scampia)Nel 2012 viene inaugurata lungo la via la stazione Toledo della Metropolitana di Napoli ed è, a partire da via Armando Diaz fino a piazza Trieste e Trento, interamente adibita a transito pedonale.

Lungomare, distante 250 m con una percorrenza in 7 minuti.

Il suo nome ricorda l’ammiraglio Francesco Caracciolo, eroe della Repubblica Partenopea, impiccato nel 1799 da Nelson all’albero maestro della sua nave e gettato nelle acque del Golfo di Napoli, il cui cadavere riemerse e fu raccolto sul litorale di Santa Lucia.

Creata su una colmata nel 186980, la grande strada è considerata una delle più belle litoranee del mondo, e corre fino a Mergellina con visioni panoramiche sulla città e sulle colline del Vomero e di Posillipo.

È separata dal mare solo da alcune scogliere artificiali, che hanno preso il posto delle antiche spiagge di cui restano solo alcuni frammenti in prossimità delle rotonde; un progetto del Comune di Napoli prevede per il futuro la ricostituzione dell’arenile.

Dotata di ampi marciapiedi, veniva chiusa al traffico e dedicata allo svago dei cittadini la domenica. Attualmente, la strada è aperta al transito veicolare in entrambe le direzioni con due corsie per senso di marcia con annessa pista ciclabile sul lato mare. Il tratto di strada che va da Piazza della Repubblica fino alla confluenza di Viale Dohrn (comunemente chiamata “rotonda Diaz”), è dal 6 maggio 2013 area pedonale.

A metà percorso si apre la rotonda Diaz, un ampio spazio circolare detto così per la presenza del monumento equestre al generale Armando Diaz affiancato da due grandi fontane circolari. Il monumento, progettato dall’architetto Gino Cancellotti in collaborazione con lo scultore Francesco Nagni, fu inaugurato il 29 maggio 1936.

Castell Dell'Ovo, distante 850 m con una percorrenza in 12 minuti.

Il castello sorge sull’isolotto di tufo di Megaride (greco: Megaris), propaggine naturale del monte Echia, che era unito alla terraferma da un sottile istmo di roccia. Questo è il luogo dove venne fondata Parthènope nell’VIII secolo a.C., per mano cumana.

Nel I secolo a.C. Lucio Licinio Lucullo acquisì nella zona un fondo assai vasto (che secondo alcune ipotesi andava da Pizzofalcone fino a Pozzuoli) e sull’isola costruì una splendida villa, Villa di Licinio Lucullo, che era dotata di una ricchissima biblioteca, di allevamenti di murene e di alberi di pesco importati dalla Persia, che per l’epoca erano una novità assieme ai ciliegi che il generale aveva fatto arrivare da CerasuntoLa memoria di questa proprietà perdurò nel nome di Castrum Lucullanum che il sito mantenne fino all’età tardoromana.

In tempi più oscuri per l’Impero – metà del V secolo – la villa venne fortificata da Valentiniano III e le toccò la sorte di ospitare il deposto ultimo Imperatore di Roma, Romolo Augusto, nel 476.

Successivamente la morte di Romolo Augusto, sull’isolotto di Megaride e su monte Echia, già alla fine del V secolo, si insediarono monaci basiliani chiamati dalla Pannonia da una matrona Barbara con le reliquie dell’abate Severino. Allocati inizialmente in celle sparse (dette “romitori basiliani”), i monaci adottarono nel VII secolo la regola benedettina e crearono un importante scriptorium (avendo probabilmente a disposizione anche quanto restava della biblioteca luculliana).

A metà percorso si apre la rotonda Diaz, un ampio spazio circolare detto così per la presenza del monumento equestre al generale Armando Diaz affiancato da due grandi fontane circolari. Il monumento, progettato dall’architetto Gino Cancellotti in collaborazione con lo scultore Francesco Nagni, fu inaugurato il 29 maggio 1936.

Castel Nuovo, distante 750 m con una percorrenza in 9 minuti.

Castel Nuovo, chiamato anche Maschio Angioino o Mastio Angioino, è uno storico castello medievale e rinascimentale, nonché uno dei simboli della città di Napoli.

Il castello domina la scenografica piazza Municipio ed è sede della Società napoletana di storia patria e del Comitato di Napoli dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, ospitato nei locali della SNSP. Nel complesso è situato anche il museo civico, cui appartengono la cappella palatina e i percorsi museali del primo e secondo piano. La Fondazione Valenzi vi ha la sua sede di rappresentanza, inaugurata il 15 novembre 2009 dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed altre autorità, nell’ambito della celebrazione dei cento anni dalla nascita di Maurizio Valenzi. La costruzione del suo nucleo antico – oggi in parte riemerso in seguito ad interventi di restauro ed esplorazione archeologica – si deve all’iniziativa di Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea.

Piazza dei Martiri, distante 750 m con una percorrenza in 9 minuti.

l monumento posto al centro della piazza è costituito da una colonna che già esisteva nel periodo borbonico, quando la piazza prendeva il nome di piazza della Pace. Sulla sommità si erge una statua di Emanuele Caggiano che simboleggia la “virtù dei martiri” e che sostituì la precedente statua della Madonna della Pace.

Alla base vi sono quattro leoni ognuno dei quali rappresenta martiri napoletani di diverso periodo storico:

Proprio alle spalle del leone dedicato ai caduti relativi all’unità d’Italia, è posta una targa che recita queste parole:

«Alla gloriosa memoria dei cittadini napoletani che
caduti nelle pugne o sul patibolo
rivendicarono al popolo la libertà di proclamare con patto solenne ed eterno
il plebiscito del XXI ottobre MDCCCLX
Il Municipio Consacra
»

Piazza del Gesù Nuovo, distante 1,7 km con una percorrenza in 20 minuti.

Sulla facciata della chiesa del Gesù Nuovo, è affissa la targa UNESCO con incisa la motivazione per la quale il centro storico di Napoli è divenuto patrimonio dell’umanità:

«Si tratta di una delle più antiche città d’Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e al di là dei confini di questa.»
(UNESCO)

La piazza, fulcro di alcuni dei più importanti monumenti di Napoli, ruota attorno al monumentale obelisco dell’Immacolata, maestosa guglia di marmo bianco e bardiglio posta al centro dello spiazzale.

La targa UNESCO.
Sul lato ovest, vi sono alcuni storici palazzi nobiliari di stile tardo barocco, come il palazzo Pandola ed il palazzo Pignatelli di Monteleone. Sul lato opposto ad essi, dall’altro lato della strada, vi è un importante complesso d’architettura medievale, la chiesa delle ClarisseDi fronte ed al lato si innalzano rispettivamente due delle chiese più importanti della città: la chiesa del Gesù Nuovo ed il Monastero di Santa Chiara. La prima, costruita su quello che era il palazzo Sanseverino, ha nella sua facciata quattrocentesca con bugnato a punta di diamante in pietra piperina il più tipico esempio di barocco napoletano. La seconda, che invece rappresenta la più grande chiesa di stile gotico della città, possiede il sepolcreto ufficiale dei Borbone, dove riposano i sovrani del Regno delle Due Sicilie, da Ferdinando a Francesco II.

Ai lati della chiesa del Gesù Nuovo, vi sono altri due monumentali edifici, oggi divenuti licei, il palazzo delle Congregazioni, divenuto liceo “Genovesi” ed il palazzo Professa, oggi liceo “Eleonora Pimentel Fonseca”.

San Gregorio Armeno, distante 2,4 km con una percorrenza in 30 minuti.

La tradizione presepiale di san Gregorio Armeno ha un’origine remota: nella strada in epoca classica esisteva un tempio dedicato a Cerere, alla quale i cittadini offrivano come ex voto delle piccole statuine di terracotta, fabbricate nelle botteghe vicine. La nascita del presepe napoletano è naturalmente molto più tarda e risale alla fine del Settecento.

Oggi via San Gregorio Armeno è nota in tutto il mondo come il centro espositivo delle botteghe artigianali qui ubicate che ormai tutto l’anno realizzano statuine per i presepi, sia canoniche che originali (solitamente ogni anno gli artigiani più eccentrici realizzano statuine con fattezze di personaggi di stringente attualità che magari si sono distinti in positivo o in negativo durante l’anno).

Le esposizioni vere e proprie cominciano nel periodo attorno alle festività natalizie, solitamente dagli inizi di novembre al 6 gennaio.

Napoli Sotterranea, distante 2,5 km con una percorrenza in 30 minuti.

Acquedotto sotteraneo risalente all’epoca greca su cui i Romani, in epoca Augustea, costruirono varie gallerie: Grotta di Cocceio e Grotta di Seiano. Durante la II° Guerra Mondiale il sottosuolo fu utilizzato come rifugio antiaereo.

Il Cristo Velato (Cappella San Severo), distante 2,1 km con una percorrenza in 26 minuti.

Raimondo di Sangro fu il committente di quest’opera, che originariamente doveva essere collocata nel mausoleo di famiglia sottostante la Cappella, vano che oggi ospita le Macchine anatomiche. Un piastrone di pietra indica oggi il punto preciso ove la statua avrebbe dovuto essere posta. L’incarico di eseguire il Cristo velato fu in un primo momento affidato allo scultore Antonio Corradini; tuttavia, deceduto da lì a breve, questi fece in tempo a realizzare solo un bozzetto in terracotta oggi al museo nazionale di San Martino. L’incarico passò così a Giuseppe Sanmartino, a cui venne affidato l’incarico di produrre «una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua».

Sanmartino realizzò quindi un’opera dove il Cristo morto, sdraiato su un materasso, viene ricoperto da un velo che aderisce perfettamente alle sue forme. La maestria dello scultore napoletano sta nell’esser riuscito a trasmettere la sofferenza che il Cristo ha provato, attraverso la composizione del velo, dal quale si intravedono i segni sul viso e sul corpo del martirio subito. Ai piedi della scultura, infine, l’artista scolpisce anche gli strumenti del suddetto supplizio: la corona di spine, una tenaglia e dei chiodi.

Matilde Serao, grande cultrice della scultura, ci restituisce una descrizione assai vivida del Cristo:

«Sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte, nella pienezza dell’età. Giace lungo disteso, abbandonato, spento: i piedi dritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio, il collo stecchito, la testa sollevata sui cuscini, ma piegata sul lato dritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell’agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime. In fondo, sul materasso sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello […] E più nulla. Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà, ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce»

La firma dello scultore, infine, è apposta sul retro del piedistallo, sotto il materasso: «Joseph Sammartino, Neap., fecit, 1753».

Attualmente il Cristo Velato si trova al centro della Cappella San Severo, di fronte all’altare maggiore; tuttavia questa non è stata la sua originaria collocazione: alcune fotografie risalenti all’inizio del XX secolo lo mostrano prospiciente alla navata sinistra, proprio sotto la scultura della Pudicizia.